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BREAKING! TTIP leaks: Greenpeace Olanda rivela i testi segreti del TTIP | Greenpeace Italia

Avevamo ragione: confermati rischi per clima, ambiente e sicurezza dei consumatori

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(2015) REPORT – Una dura storia di cuoio

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La nuova inchiesta realizzata dal Centro Nuovo Modello Di Sviluppo (CNMS) e dalla Campagna Abiti Puliti Una dura storia di cuoio analizza la situazione lavorativa nell’industria della concia italiana. La ricerca, parte del progetto Change Your Shoes, focalizza l’attenzione in quella che viene definita la Repubblica del Cuoio: il distretto produttivo di Santa Croce.

Attraverso interviste e ricerche sul campo, gli attivisti fotografano una situazione di sfruttamento che spesso varca i limiti della legalità. Dopo un’accurata analisi del contesto nazionale e internazionale del mercato delle pelli, la ricerca ricostruisce il viaggio attraverso le 240 concerie e i 500 terzisti che insieme impiegano 12.700 lavoratori di Santa Croce.

La maggior parte sono aziende di piccole dimensioni. Nonostante questo, alcune di loro possiedono concerie all’estero per la maggior parte situate in Brasile, India e Est Europa.

Rapporti di lavoro precari, contratti di 4 ore, lavoro nero, ricatto della manodopera straniera, rischi per la sicurezza e per la salute degli operai sono solo alcune delle caratteristiche evidenziate dal rapporto.

I lavoratori e le lavoratrici spesso hanno paura a denunciare per non perdere il posto di lavoro. I lavoratori interinali rappresentano la moderna schiavitù.

Sorgente: LE INFOGRAFICHE

 

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EXPO 2015: L’INACCETTABILE KERMESSE DELL’INSOSTENIBILITA’

documento del Tavolo nazionale RES sull’Expo:

Aldilà della retorica istituzionale, Expo 2015 rappresenta la più chiara manifestazione di un modello di sviluppo insostenibile. Nonostante l’obiettivo di voler nutrire il pianeta, la filosofia che ha ispirato e ha dato gambe a tutta la kermesse riprende e rilancia un sistema agroalimentare incapace di rispondere alle esigenze di sovranità alimentare, di equo accesso ad un’alimentazione di qualità, di sostenibilità ambientale davanti alle grandi crisi ecologiche del nostro tempo.
Proprio per questo, come organizzazioni e reti della società civile delle più diverse provenienze, denunciamo questo tentativo di manipolazione chi attraverso il quale, istituzioni come imprese private, cercano di rinnovare l’immagine di un sistema strutturalmente insostenibile.
I cantieri verso Expo 2015 sono stati un insulto ai diritti del lavoro e alla sostenibilità ambientale. Turni inaccettabili, paghe orarie da miseria, e un pesante impatto sul territorio, in termini di cementificazione e quindi consumo di suolo1, infrastrutture inutili e emissione di gas climalteranti, sono già l’evidente espressione dell’incoerenza dell’iniziativa: con buona pace del rilancio e della rivalorizzazione dei nostri terreni agricoli e di una vera lotta al cambiamento climatico. Expo, che vuole nutrire il pianeta, si basa su una kermesse che consuma territorio ed emette gas climalteranti. Il tutto con ingenti investimenti pubblici2, alcuni dei quali finiti sotto la lente della procura perché in odor di mafia. Al di là della questione legalità attorno ai cantieri dell’area fieristica Expo e delle infrastrutture ad esso collegate o con esso giustificate, è ancora una volta la filosofia delle “grandi opere” ad essere validata come unica strada percorribile per rilanciare l’economia nei territori, dove urbanizzazione, cementificazione e infrastrutturazione stradale ed energetica giocano un ruolo di traino. Questo modello di sviluppo contraddice una visione eco-compatibile di gestione delle risorse agricole, naturali e territoriali, una visione in cui le “piccole opere” e l’iniziativa economica delle comunità locali hanno un ruolo centrale.
Contemporaneamente, l’evento Expo 2015 sarà una grande vetrina di marketing per le multinazionali dove non verranno affrontati i veri nodi dell’agroalimentare, come la sovranità alimentare, la giusta remunerazione per i produttori, la necessità di ripensare standard di qualità e trasparenza delle filiere creati a tutto vantaggio di chi il cibo lo trasforma e lo distribuisce, il diritto della società civile di partecipare alle decisioni in materia di cibo: su tutti questi temi le decisioni che contano verranno prese al di fuori di Expo nelle solite sedi extraistituzionali ‘segrete’, come sta avvenendo per gli accordi TTIP.
La nostra esperienza quotidiana, il lavoro di costruzione dal basso di filiere solidali e sostenibili così come di campagne di sensibilizzazione e di advocacy su un’economia giusta, ci hanno insegnato che non esiste un sistema agroalimentare sostenibile senza sovranità alimentare, senza cioè che siano le comunità e non i mercati a determinare le produzioni. Che non è possibile nutrire il mondo attraverso un modello di produzione industriale e produttivista, che prevede un ampio utilizzo della chimica, che consuma i suoli e distrugge la biodiversità, e che lascia in mano di pochi il controllo delle filiere agroalimentari globali. Che è miope guardare all’agricoltura di qualità senza mettere in discussione la finanziarizzazione del comparto agricolo, e l’intero sistema che ne condiziona i caratteri (le politiche, la ricerca, il controllo da parte delle imprese a monte e a valle delle attività produttive).
Crediamo che opporsi a Expo significhi insieme opporsi a tutto questo: un’iniziativa che calpesta la terra e i
diritti del lavoro, un modello agricolo basato sui mercati e controllato dalle grandi imprese dell’agroalimentare, un sistema che porta a una sempre minor trasparenza sull’origine delle produzioni e ad un abbassamento della qualità nutrizionale, sociale e ambientale dei prodotti, una manipolazione della cultura alimentare a misura dei modelli di consumo imposti da industria e distribuzione.
Siamo convinti che non sia possibile nutrire il pianeta senza cambiare radicalmente modello di produzione e di distribuzione3. Per questo, fuori da schieramenti precostituiti ma forti della nostra esperienza e azione  quotidiana, abbiamo scelto di unire le forze per promuovere e sostenere qualcosa di diverso, capace di dare spazio ai territori, ai produttori che li animano, alle tante esperienze di economia diversa nate a partire da una critica radicale all’attuale processo di sviluppo. Sarà uno spazio fatto di proposta e di conflitto, di alternative e di radicali opposizioni. Un arcipelago di pensieri e di esperienze a cui daremo spazio, da oggi ai prossimi mesi, in tutti gli eventi, le iniziative, le riflessioni che in modo articolato e complementare saremo in grado di mettere in campo.

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1 Un milione di mq ancora agricoli sono diventati con il sito Expo edificabili.
2 E’ la prima Expo che si tiene su terreni acquistati da privati.
3 Non si può parlare di ‘Nutrire il pianeta’ senza occuparsi di come nutrire diversamente, con metodi di coltivazione eco-compatibili, le popolazioni dei territori, Milano e Rho in primis, collocati nel più grande Parco agricolo d’Europa, dove ora si produce, con metodi industriali, quasi solo riso e mais per alimentazione animale.

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Che cosa c’è sotto – un libro di Altreconomia

Un libro di Altreconomia per conoscere, difendere e liberare il suolo. Informazione indipendente per la cura della terra

viaChe cosa c’è sotto – un libro di Altreconomia.

“Che cosa c’è sotto” uscirà ad aprile, al prezzo di 12,50 euro, ma ti chiediamo di acquistarlo da oggi, in anteprima, sul sito di crowdfunding Eppela con lo sconto e tante “ricompense”. In questo modo, ci aiuterai a sostenere i costi di stampa del libro e a diffonderlo al meglio.


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Sono non profit per motivi fiscali. Parola di Ikea – Vita.it

Sono non profit per motivi fiscali. Parola di Ikea – Vita.it.

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The Dark Side Of The Italian Tomato da Internazionale

 

The Dark Side Of The Italian Tomato.

 

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12 additivi da evitare

 

12 additivi da evitare.

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