L’editoriale del numero 124 (febbraio 2011) di Altreconomia

Secondo Confcommercio, nel biennio 2008-2009 i consumi delle famiglie italiane hanno registrato una contrazione media annua del 2,1%, compiendo un “pauroso salto indietro” fino ai livelli del 1999. Dovremmo rallegrarcene?
Quanto eravamo diversi nel 1999! E quante cose sono accadute! Eppure sin da allora abbiamo sempre affermato: non sono i consumi che misurano il benessere degli individui.
Il loro aumento non si traduce linearmente in un aumento della felicità. Anzi, già allora -Francesco Gesualdi l’ha detto meglio di tutti- sapevamo bene che l’iperproduzione e il conseguente iperconsumo arricchiscono pochi soggetti, lasciando dietro di sé devastazione ambientale, sociale, personale.
In questi anni si è parlato molto di nuovi indicatori di benessere alternativi al Prodotto interno lordo. Sono necessari e non lo mettiamo in dubbio.
Noi infatti abbiamo sempre preferito contrapporre al sistema quella che abbiamo definito “l’economia della sazietà”: meno consumi, più benessere, giustizia, sostenibilità.
Fin qui è tutto chiaro, ma sarebbe ipocrita pensare che, con questo sistema economico e a queste condizioni, la riduzione dei consumi sia un fatto da salutare con entusiasmo. Che ci piaccia o no, oggi meno consumi vuol dire meno soldi e quindi meno lavoro. Ovvero meno certezze, più precarietà.
Questo è il grande ricatto del sistema. Questo è il motivo per cui la costruzione di un’altreconomia è necessaria e urgente.
E sta crescendo, nelle centinaia di gruppi d’acquisto solidali, nel commercio equo, nella filiera corta, nella finanza etica.
A questa riflessione vorremmo però aggiungerne un’altra.
Ovvero: nel dibattito sul benessere non si può escludere il tema della libertà. E dei suoi limiti.
Esistono senz’altro molte attività di consumo che ci portano benessere, e ci sentiremmo privati di una libertà se qualcuno ci vietasse, ad esempio, di prendere un volo low cost. Eppure la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri, e non possiamo approfittarne solo perché l’attuale sistema politico economico ci mette nelle condizioni di farlo (e a volte ci obbliga pure), grazie alla finanza predatoria o al neoimperialismo commerciale.
Non ho il diritto di consumare, sprecare e inquinare quanto voglio, solo perché posso permettermelo. Che ci piaccia o no, farlo significa ledere i diritti di qualcun altro: oggi -nel Sud del mondo e in quel Sud che ci sta accanto e che chiamiamo “migranti” e “giovani precari”- e in futuro, quando consegneremo ai nostri figli un pianeta depredato. Questa è una libertà illusoria, imposta da un sistema che in realtà ci rende schiavi.
La libertà prevede un limite, un vincolo -come quando si cammina mano nella mano con la persona amata-, che tuttavia non diminuisce il mio benessere, semmai lo aumenta.
Questa è la vera responsabilità cui siamo chiamati tutti noi e sono chiamate istituzioni e soprattutto imprese. Ecco la vera “responsabilità sociale d’impresa”. Il resto sono solo chiacchiere.

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